La crisi? Non la sento.

Continuo a pensare che più si parla della crisi (economica, n.d.r.), e più quest’ultima aumenta. La stampa, poi, incalza con articoli “disperati” e che fanno quasi pensare che la cosa migliore sia prendere tutti i risparmi, e chiudere tutto sotto il materasso, cosa che è l’esatto opposto di quella giusta da fare, ovvero far girare l’economia. A tal proposito, ripropongo una storiella che girava da un po’ su internet:

Un tedesco entra in hotel e domanda se sia possibile affittare una stanza. Il concierge greco gli comunica la disponibilità della stanza 304, gli porge la chiave e lo invita a prendere visione della stanza. Il tedesco lascia in acconto una banconota da 100 euro e si reca alla camera. Il concierge prende la banconota e corre a pagare il sarto inglese a cui doveva 100 euro… per un vestito. Il sarto inglese fila dal macellaio italiano per saldare il un debito di 100 euro che aveva maturato mangiando salami. Il macellaio salta in sella alla sua bici e si reca dalla sua maitresse francese a cui non aveva ancora pagato l’ultima notte d’amore. La maitresse ricevuti i 100 euro d’amore vola dal suo istruttore spagnolo di Flamenco a pagare il conto delle ultime lezioni. Lo spagnolo danza fino al concierge greco e gli lascia la banconota da 100 euro per pagare quelle bottiglie di OUZO acquistate illegalmente la settimana precedente. Poco dopo il turista tedesco ridiscende nella hall dell’hotel, dice che la stanza gli fa schifo, riprende i suoi 100 euro e se ne va. [come funziona l’economia]

Ad ogni modo, il tema del post non è questo, ma semplicemente un racconto di come a quanto pare gli esercizi commerciali possono permettersi di fare quello che vogliono, tanto loro la crisi non la sentono (nonostante si lamentino ogni singolo giorno); una sorta di recensione della Gelateria “Dolci Brividi”, a Varese, in Via Morosini, a due passi dal centro e dalla stazione de LeNord. Domenica sera, passeggiando in centro verso le undici, o giù di lì, passo con un gruppo di amici davanti la vetrina del locale, tutto completamente illuminato, ma con la porta chiusa a chiave (con le chiavi attaccate alla porta). Sembrava come se il commesso presente in quel momento doveva assentarsi momentaneamente (magari andare in bagno, una telefonata importante, o cosa). Aspettiamo lì per alcuni minuti, e sbirciando nel retro dalla vetrina si vedeva una persona tranquillamente seduta. Arriva un signore, a chiedere se la gelateria è aperta o chiusa, e rispondiamo che a quanto pare è solo con la porta chiusa. Invece, l’orario dell’esercizio (che di certo non lo si può cambiare a caso), ben indicato in vetrina, diceva che la domenica il locale chiude alle 24.00 (ovvero mezzanotte, in una scrittura un po’ diversa).

Il signore comincia a bussare alla vetrina, e all’interno sembrano far finta di non sentire. Dopo un po’, si avvicina una delle commesse, ragazza, capelli corti biondi, e a gesti ci dice che la gelateria è chiusa. Gli facciamo notare che il cartello degli orari indica diversamente, e lei dice “è sbagliato” indicandocene un altro. Guardacaso, anche l’altro riportava la stessa scritta.
A tal punto apre leggermente la porta, e nella maniera più antipatica possibile, ci dice robe come “noi chiudiamo in base alla gente che c’è, visto che stasera c’era poca gente chiudiamo prima; non lo decidiamo noi”. Invece magari di farci entrare e servici (era tutto acceso, esattamente come se il locale fosse aperto, compreso registratore di cassa e le luci), ci sbatte la porta in faccia e comincia a parlare con un altra tipa, probabilmente la seconda commessa.
Nel frattempo eravamo diventate tipo 11-12 persone lì fuori ad aspettare, ed è stato soddisfacente dire che in realtà non è vero che non c’era nessuno. E poi, chissà quanta altra gente sarà passata di lì, ma trovando chiuso è andata altrove.

Ora, tralasciando l’estrema scortesia delle commesse (che, purtroppo, non è possibile spiegare a parole), come è concepibile pensare di “chiudere quando ci pare in base alla gente”? A parte il fatto che non sia legale e che bisogna tener fede agli orari esposti (provate a tenere aperto un bar dopo l’orario di chiusura), perché lasciare tutto acceso come se fosse tutto funzionante?
Fossi il proprietario, a dipendenti così, che sostanzialmente guadagnano senza lavorare tranquillamente seduti nel retro aspettando l’orario di chiusura “ufficiale” per andare a casa, a parte l’ovvio licenziamento, farei pagare sia le ore di lavoro non “lavorate”, sia un tot in base ai possibili scontrini che non sono stati venduti (ad esempio, nel mio caso, una buona decina di scontrini). E poi dicono che di solito i “capi” sono cattivi e si corre a piangere alla camera del lavoro chiedendo scioperi e compagnia cantante.
Se poi il proprietario è quello che ha deciso davvero di far chiuder prima, sarebbe da valutare il perché della sua scelta (che comunque non può fare in quanto illegale), e presumere che non farà molta strada.

Dopo questa mia recensione di Dolci Brividi, a Varese, cosa ne pensate? Vi è mai capitato qualcosa di simile?

 

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